Martellate di saggezza di Piero Savastano nel polverone digitale dell'AI

Piero Savastano entra in scena con un martello filosofico per frantumare le tre grandi bugie del momento: 

  1. l'idea di essere indietro, 
  2. la paura di mancare di capacità, 
  3. il timore di risultare inutili. 

Ho deciso appuntare qui anche in forma di sintesi le sue sagge riflessioni proposte nel video perché meritano di essere scritte e salvate per poterle ritrovare in futuro. Incominciamo.

Savastano afferma che la sensazione di affogare in un mare di sigle risulta del tutto normale in questa esplosione di novità settimanali: regna la frammentazione estrema, mancano punti fermi reali, nessuno possiede davvero la visione d'insieme che finge di avere. Gli esperti spesso occupano spazi cercando di spiegare eventi ancora da venire: la sicurezza ostentata appare prematura, molti esplorano a tasto. Perfino i protocolli di giganti come Google presentano falle scritte da stagisti: i creatori spendono più denaro per il lancio che per la cura del codice, quindi le persone comuni possono sentirsi in linea con il caos circostante.

In rincorsa libera nel labirinto delle sigle

La scienza alla base degli algoritmi appare complicata: la conoscenza profonda rimane superflua per la maggior parte dei professionisti. Come accade per i database, basta padroneggiare la superficie dei comandi e i rischi connessi: studiare ogni dettaglio della differenziazione automatica risulta oggi inutile, poiché tutto si trasforma in servizi pronti all'uso. L'invito per l'anno nuovo punta tutto sul gioco: trovarsi di fronte a un'espansione continua richiede esplorazione, curiosità, pazienza verso ciò che muta. Risulta impossibile conoscere ogni dettaglio: conviene osservare ciò che rimane nel tempo e diventa noioso, i concetti ricorrenti: gli agenti, i tool, le metodologie che resistono all'onda dell'entusiasmo passeggero.

Il grande circo delle demo luccicanti

LinkedIn pullula di dimostrazioni sensazionali capaci di generare facili sensi di colpa: le startup raccolgono milioni grazie a video spettacolari, eppure spesso esse vendono solo "supercazzole" create in mesi di lavoro per pochi secondi di gloria. In questi casi la demo costituisce il prodotto finale, privo di sostanza reale: molti parlano, pochi agiscono concretamente. Il dialogo online manca di sfumature: si oscilla tra automazione totale e inutilità assoluta, una visione adolescenziale che conviene abbandonare. L'intelligenza artificiale occupa un posto preciso nella tua cassetta degli attrezzi: essa affianca il martello, la chiave inglese, il cacciavite. Invece di diventare esperti puri di IA, i professionisti possono integrare questi strumenti nelle proprie specializzazioni: la sicurezza, il frontend, la sistemistica.

Il cetriolo volante e la danza della responsabilità

Il timore dell'inutilità punge la professionalità dei tecnici: l'ombra del "vibe coding" suggerisce che le macchine facciano tutto da sole. La sfida rimane aperta: se l'automazione fosse definitiva, il peso della messa online svanirebbe. Invece la responsabilità di ogni errore ricade ancora sull'essere umano: il "cetriolo" della pressione finisce sempre sulle spalle del tecnico. La tecnologia richiede verticalizzazione per diventare utile a qualcuno: questa missione appartiene alle persone, le quali devono conoscere contesti, metodologie, necessità reali. Sentirsi spaesati testimonia la propria competenza: solo chi comprende la materia percepisce le menzogne di chi promette la fine del lavoro dei programmatori entro pochi mesi.

Gesti d'affetto a suon di capocciate

L'abitudine al confronto logico con le macchine rende i programmatori troppo autocritici: i computer reagiscono solo alla logica pura, eppure l'intelligenza artificiale introduce una dose di incertezza relazionale. Questo cambiamento permette di crescere: i tecnici diventano simili a manager che revisionano il codice scritto dalle macchine. Risulta fondamentale farsi rispettare ed evitare di farsi schiacciare dalle pressioni di chi si entusiasma per un post sui social: chi esagera merita una simbolica capocciata per tornare alla realtà. Siamo giusti così, capaci e pieni di valore: occorre solo darsi tempo per isolarsi dal flusso incessante di notizie e capire cosa valga davvero la pena di provare.

Capire l'intelligenza artificiale è come imparare a ballare durante un terremoto: invece di cercare di stare fermi, conviene assecondare il movimento e assicurarsi che il soffitto non ci cada sulla testa.